venerdì 8 aprile 2011

Sorpresa: Il fotovoltaico non pesa sulla bolletta!

Perché le fragole in maggio costano meno che in settembre?
La risposta la sanno anche i bambini. E' una semplificazione estrema delle leggi della domanda e dell'offerta in regime di libero mercato: quando l'offerta supera la domanda i prezzi calano. Quando la domanda supera l'offerta i prezzi crescono. In maggio se ne producono tante, sono deperibili, vengono messe subito sul mercato, cresce l'offerta e i costi si abbassano.

Ora, al posto delle fragole mettiamoci l'energia elettrica prodotta da fotovoltaico. Al posto delle stagioni mettiamoci le 24 ore.

Questo il grafico della domanda nel corso delle 24 ore (Fonte: Terna)

Questo il grafico della produzione da fotovoltaico nelle 24 ore, cioè l'offerta:



Non guardate i valori assoluti ma la forma delle curve: il fotovoltaico produce proprio nelle ore in cui la domanda è più alta.

In quelle ore, pertanto, aumenta anche l'offerta di energia elettrica. Ora chi ci vende l'energia, e che ci presenta la bolletta, la compra sul mercato elettrico. Dove il prezzo viene fissato di ora in ora sempre in base alle leggi della domanda e dell'offerta che regolano anche il prezzo delle fragole.

Ecco, per esempio, l'andamento dei prezzi di oggi:



La domanda è: l'andamento dei prezzi è influenzato dalla produzione di fotovoltaico?

A questa domanda ha dato risposta Francesco Meneguzzo, ricercatore del CNR di Firenze e membro di ASPO Italia. Lo ha fatto con uno studio ricco di dati ed informazioni la cui lettura ed interpretazione è per specialisti, come deve essere un serio lavoro di ricerca.

Questa la conclusione più importante (per forza semplificata, ma la nonna di einstein deve capire):
Ogni GWp di fotovoltaico è in grado di generare una riduzione del prezzo dell'energia elettrica pari a 500 milioni di €, mentre costa in incentivi 450 milioni di €. Cioè per ogni GWp installato la bolletta energetica complessiva cala di 50 milioni di €!

Nello studio si premette che è una prima valutazione quantitativa, che può essere soggetta a revisione ed approfondimenti ma che, ingegneristicamente parlando, non cambia il "segno" del fenomeno, cioè il fatto che gli incentivi costano alla collettività, ma la collettività rientra dei costi grazie alla diminuzione della bolletta.

Senza considerare che la collettività ha anche altri benefici dovute alle attività di costruzione e manutenzione degli impianti: occupazione, entrate fiscali e previdenziali. E senza considerare che così si sgancia il prezzo dell'energia da quello del petrolio: si limitano gli aumenti dovuti alle impennate del costo del petrolio e si diminuisce la dipendenza da fonti estere.

Ecco un grafico storico (Fonte: Autorità per l'Energia Elettrica e per il Gas) che dimostra che questo fenomeno (graduale sganciamento del costo dell'energia elettrica da quello del petrolio) sta già avvenendo: dal 2008 le linee rosse e blu (costo dell'energia) si muovono senza seguire l'andamento delle barre verticali (il costo del petrolio), fino al 2008 invece ne ricalcavano l'andamento.


Insomma, fino ad oggi ci hanno detto che era colpa degli incentivi del fotovoltaico se l'energia elettrica costava troppo, scoprire che non è vero che effetto fa? Forse i conti li ha fatti chi aveva in mente già un risultato.... O forse si è sbagliato Meneguzzo?

Se si è sbagliato che lo si dimostri: da oggi e fino a prova contraria togliamoci il senso di colpa di pesare sulla collettività se installiamo, lavoriamo o sosteniamo il fotovoltaico.

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Aggiornamento: il 13 aprile ore 21 se ne parla su Radio24 a Mr Kilowatt di Maurizio Melis.
Qui si può ri-ascoltare la puntata (6 min.)
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Aggiornamento del 14 aprile: il post è stato linkato anche da un sito nato per sostenere la partecipazione consapevole al referendum di giugno. Volentieri ricambiano: senza nucleare.it

venerdì 1 aprile 2011

Stretta è la via

Obama parla alla Georgetown University di energia.


47' di discorso. Provo a fare una sintesi nei 18 punti per me più importanti:
  1. parla ai giovani. Si rivolge a loro per fare un annuncio importante. Solo questo ha un valore enorme;
  2. presenta la sua squadra: lo fanno tutti i manager che danno un valore ai principi per sostenere la propria abilità ad usare le migliori risorse per attuare quei principi, non lo fanno quelli che danno valore solo a sé stessi e che si presentano come valore assoluto essi stessi;
  3. si concentra sulla sicurezza energetica, il cambiamento climatico è sullo sfondo: importare meno petrolio significa essere meno dipendenti da altri (più potenti di noi non lo dice, ma ormai così è per Cina e India) che non si possono contrastare. E visto che non si possono contrastare, meglio usare una strategia diversa dal conflitto;
  4. presenta l'indipendenza energetica come un valore: per la sicurezza nazionale e per l'occupazione locale. E' un enorme passo avanti: non più potenza in grado di fare quello che vuole nel mondo, ma concentrata sull'essere autonomi (autarchici!) sul piano energetico;
  5. parla di occupazione: comprare petrolio dall'estero non porta occupazione, creare energia sul territorio sì;
  6. definisce un obiettivo: ridurre del 30% le importazioni di petrolio. Poco? Molto? Intanto si fa qualcosa!
  7. per raggiungerlo: minori consumi (edifici e trasporti) ma soprattutto ricerca e innovazione;
  8. non affossa le estrazioni di petrolio (perché ne avremo bisogno ancora per molto), ma le concentra sul territorio nazionale. Ovvio che questo crei mal di pancia agli ambientalisti ma è coerente con il principio di indipendenza. Essere coerenti non è poco di questi tempi (anche se degli interessi devi tenere conto);
  9. definisce un obiettivo chiaro: -30% di importazioni di petrolio nei prossimi 10 anni. Poco? Molto? Non lo so, ma almeno definisce una prospettiva misurabile. Non è un generico diminuire la dipendenza dalle fonti fossili, ma è un numero target. Gli obiettivi, se ben usati, sono un favoloso stimolo per l'intelligenza collettiva;
  10. Per raggiungere l'obiettivo: incrementare le estrazioni sul territorio nazionale (il colpo al cerchio), intensificare investimenti federali in ricerca e innovazione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico (il colpo alla botte);
  11. risparmio energetico nei trasporti: basta auto energivore (è già un segnale forte in USA: parla male dei SUV!), d'ora in poi tante macchine ibride o a gas o a biofuel o elettriche (alcune scelte possono essere discutibili, ma intanto si parte). Con il Brasile di questo ha parlato nella sua recente visita... è già un modo diverso di porsi nei confronti del sud america: collaborazione bilaterale con il Brasile!
  12. nucleare: ci vuole anche quello, ma sicuro. Ho ordinato un chek-up su tutte le centrali (...);
  13. risparmio energetico: tecnologia e nuovi materiali per gli edifici. Incentivi ai proprietari per farlo;
  14. fonti rinnovabili: la nostra migliore fonte di energia è nel nostro giardino: dalla NIMBY alla IMBY!;
  15. nessuna delle tecnologie che oggi usiamo sarebbe esistita senza il contributo federale. Come pagare queste cose? Pagare le tasse per garantirsi il futuro è un obbligo per nei confronti dei giovani;
  16. la mia amministrazione lascerà in eredità al prossimo presidente questo obiettivo. Riconosce che il mandato politico è troppo limitato rispetto alla scala temporale su cui si deve ragionare. Ma almeno comincio. Sul piano politico significa: io investo parte del mio patrimonio politico per un risultato di cui non potrò vantarmi elettoralmente perché lo si raggiunge quando io non sarò più presidente. Le altre amministrazioni, da Nixon in poi, avevano come obiettivo di breve termine quello di garantirsi le fonti di petrolio in giro per il mondo: è una discontinuità dichiarata; 
  17. ma soprattutto dipende da voi (studenti della Georgetown): quando dovrete comprarvi un'auto o una casa sappiate scegliere quella che consuma meno perché rende più sicura la nazione. Dagli acquisti dipende cosa faranno le aziende. Riconosco il ruolo di guida e scelta dei consumatori, non è l'industria che sceglie il prodotto e il consumatore consuma, ma il consumatore che guida lo sviluppo dei prodotti. Anche questo è un cambio di paradigma non da poco; 
  18. lancia il "Blueprint for a Secure Energy Future": una mappa che serve a trovare la sicurezza energetica per gli USA. Nel titolo del documento non ci sono termini come "sostenibile" o "ambiente" o "CO2", nel discorso ne parla solo incidentalmente, ma l'obiettivo unico dichiarato è la sicurezza nazionale; tema che negli USA è condiviso senza discutere ad ogni latitudine politica e imprenditoriale. Un modo intelligente di allargare il consenso, senza sbattere sul muro di cemento degli oppositori a priori del cambiamento e farsi male.
In questo discorso prevalgano le rassicurazioni al modello di business energetico attuale o le rotture verso un modello diverso? La mia risposta è: si usa la sicurezza nazionale come opzione strategica per avviare la trasformazione del modello attuale. Di più, credo, non si poteva fare.

Di cosa non parla:
  1. di microgenerazione e democraticizzazione dell'energia. Lettura buona: va da sé, sarà la ricerca a dimostrare che è l'unica via. Lettura cattiva: non ci penso nemmeno, ricerca e innovazione servono proprio a capire come evitare una perdita di controllo del business centralizzato;
  2. come rendere sicure le centrali nucleari e le perforazioni offshore: ci dedica del tempo, ma o io non ho capito o sono deboli e vaghe le argomentazioni. Certo Golfo del messico e Fukushima (ampiamente citate) sono vicine e dovrebbero dare qualche indicazione operativa...;
  3. dell'impatto ambientale dei nuovi "pozzi" petroliferi: è probabile che per renderli possibili siano abbassati gli standard EPA (ambientali)... e ci sono già le prime reazioni
  4. degli Stati Uniti come una nazione tra le altre e non come La Nazione che guida il mondo (ma questo sarebbe stato chiedere troppo). 
In sostanza un discorso che non rivoluziona radicalmente, ma che comunque riforma sostanzialmente sul piano cognitivo la tensione ideale di un popolo comunque importante (fondamentale per ora) sulla faccia della terra. Nel frattempo sul fronte tradizionale, cioè le fossili, si continua sul territorio nazionale come prima (e forse peggio). Forse l'unica via per far passare il piano (e il bilancio federale che ne contiene il finanziamento) alla maggioranza repubblicana nel congresso. Una via stretta, appunto.

Un piano con due facce:
- più fossili in USA
- investimenti sulle rinnovabili, efficienza energetica...

La novità è che prima si parlava solo di fossili, ora si parla anche di fossili. E lo si fa in nome della sicurezza nazionale, dicendo che la sicurezza è garantita se diventiamo più autonomi da fonti estere (autarchia energetica come obiettivo a tendere). E se passa l'equazione sicurezza nazionale = autarchia energetica è evidente che prima o poi ci saranno solo le rinnovabili sul piatto: le fossili negli USA sono poche e finite.

Ora, sul piano pratico, come sempre il problema è nella attuazione operativa e concreta. Ma se è vero che tra il dire e il fare.... è anche vero che se non lo si dice mai, non lo si farà neanche mai.... Oggi lo ha detto.

martedì 22 marzo 2011

Non solo green: Tassa sulle Transazioni Finanziarie



Dal parlamento europeo una buona notizia: a larga maggioranza è stata approvata l'8 marzo la cosiddetta "relazione Podimata" (dal nome dell'europarlamentare greca che ne è stata relatrice).

La relazione ha per titolo "su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo" e si è sviluppata nella  commissione parlamentare sui problemi economici e monetari (Leonardo Dominici unico parlamentare italiano presente, e unico commento politico italiano fino ad ora disponibile in rete).

Lo abbiamo detto più volte che la soluzione ad un problema complesso non può essere che complessa, cioè composta da tante componenti....

Questa è la prima volta che un organo politico di rappresentanza così vasta dice in modo esplicito che il settore turbo-finanziario (cioè quello non orientato a finanziare l'economia reale) produce danni. Di più: l'assenza di imposizioni tributarie nelle transazioni finanziare è un'evidente distorsione del mercato.  Come cambiano in fretta la cose, solo qualche anno fa una affermazione del genere sarebbe stata giudicata folle da molti.... anche tra chi oggi ha votato questa stessa risoluzione.

La risoluzione del parlamento, per quanto non impegnativa per la commissione, sollecita la commissione ad analizzare il problema con uno studio di fattibilità e a procedere anche in autonomia rispetto al resto del mondo. Nel testo anche impegni per gli eurobond come strumento di finanziamento di progetti di sviluppo.

Il sito italiano che sostiene la TFF (ex-tobin tax) è 005%, aliquota che se applicata alle Transazioni Finanziarie genererebbe un gettito di c.ca 250mld di euro in europa.



Alcuni estratti della risoluzione approvata x me rilevanti.
[....]
Per poter formulare risposte organiche e integrate alla crisi occorrono nuovi strumenti in grado di:
  • porre un freno alla speculazione e ristabilire il ruolo primario del settore finanziario, ovvero quello di rispondere ai bisogni dell'economia reale e sostenere gli investimenti a lungo termine;
  • assicurare un'equa ripartizione degli oneri, particolarmente fra i principali attori  finanziari;
  • creare nuove risorse supplementari al fine di raccogliere le principali sfide mondiali ed  europee, quali il cambiamento climatico e gli obiettivi di sviluppo, e conseguire una maggiore crescita a lungo termine nel quadro della strategia UE 2020.

Per affrontare questi tre obiettivi, occorrono strumenti in grado di svolgere molteplici ruoli. 
Gli strumenti fiscali tradizionali, incentrati sulla mera generazione di entrate, non sono  

sufficienti. Inoltre, tagli alla spesa pubblica e ulteriori aumenti delle attuali aliquote fiscali 

non possono valere quale risposta sostenibile, a fronte dell'attuale necessità di dare un 
impulso alla crescita mondiale ed europea. Dobbiamo optare per uno stimolo anziché per 
un approccio unico basato su una strategia di austerità e, in questo senso, il dibattito sugli s
trumenti di finanziamento innovativo dovrebbe diventare la nostra principale priorità.
[...]
Gli strumenti di finanziamento innovativo consentono di affrontare le sfide odierne in  
quanto sono in grado di rivestire contemporaneamente un ruolo di regolamentazione (ad 
esempio rafforzando l'efficienza, la trasparenza e la stabilità del mercato) e un ruolo di 
produzione di entrate (generando nuove e rilevanti risorse per i bilanci nazionali e 
dell'Unione europea).
[...]

Al contrario di qualunque altro settore che fornisce beni e servizi al consumatore finale il settore finanziario beneficia di ampie esenzioni fiscali. Nell'Unione europea la tendenza è  quella di applicare una generale esenzione IVA a tutte le attività finanziarie di base. Va osservato che le attività del settore finanziario sono responsabili del 73,5% del PIL globale e che di conseguenza la relativa esenzione fiscale costituisce una rilevante distorsione del mercato.
[...]
Attualmente l'UE rappresenta il mercato finanziario più importante al mondo e, in quanto  tale, è suo interesse non "nascondersi" dietro le esitazioni dei propri partner internazionali per assumere invece un ruolo guida a livello sia europeo che mondiale.
[...]
Per quanto concerne i timori relativi ai possibili rischi per la competitività derivanti dall'introduzione unilaterale di un prelievo dell'UE sulle operazioni finanziarie, i recenti esempi dell'imposta di bollo del Regno Unito o del prelievo sulle operazioni finanziarie introdotto da Hong Kong hanno dimostrato che, laddove il prelievo sia ben congeniato, il rischio in questione può essere superato scongiurando un'eventuale "fuga delle operazioni", tanto più che, se i costi delle operazioni rimarranno esigui, difficilmente gli investitori sceglieranno giurisdizioni meno conosciute e trasparenti. Gli operatori che più di altri potrebbero essere tentati di "emigrare" sono quelli che si dedicano alle operazioni a brevissimo termine (sui quali ricadrebbe l'onere maggiore); in ogni caso, l'eventuale trasferimento di una parte delle operazioni a breve termine al di fuori dell'Unione europea potrebbe rivelarsi un valore aggiunto per l'economia europea.


http://www.europarl.europa.eu/

martedì 8 marzo 2011

Dall'UE la Road Map 2050

Iniziativa UE avviata lo scorso anno per fornire strumenti operativi agli operatori (e governi) per sostenere obiettivi di riduzione di emissioni e nel contempo garantire sviluppo e occupazione.

Questo il video di presentazione dell'iniziativa:


E' previsto il lancio di nuovo materiale oggi.

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Aggiornamento del 2/2/2011
Questo il materiale diffuso dalla UE l'8 marzo 2011
L'unico in Italiano è la sintesi della valutazione di impatto, che in modo sintetico racconta gli effetti della valutazione del piano in 69 punti di poche righe ognuno. Merita una lettura veloce per capire di cosa si sta parlando.

sabato 5 marzo 2011

Strategia locale

Dopo tante indicazioni e dati di livello sovranazionale o globale di ONU , WWF e Unione Europea, un esempio concreto a scala locale di una strategia chiara e definita per ottenere un drastico ridimensionamento delle emissioni di CO2 e garantire sviluppo e occupazione sul territorio.

Helmut Moroder, city manager del comune di Bolzano, ha fatto i conti in casa sua e ha trovato 160 milioni di euro all'anno che oggi vengono spesi per forniture di energia che possono rimanere sul territorio per creare occupazione. Lo ha spiegato anche in due interviste (1 e 2 - 5 minuti l'una) a Mr. Kilowatt di radio 24.
Il piano è stato approvato in consiglio comunale (nessun voto contrario). Questo il report di dettaglio.


Questa la mia sintesi.

Tre sono gli assi del ragionamento.

1) Lo ha fatto ragionando su una scala temporale di 20 anni, quindi fuori dai limiti temporali del mandato suo e dei suoi amministratori. La visione lunga è essenziale. La carenza di visione lunga è quella che uccide famiglie, aziende e nazioni. Ma è imperante. E' l'ostacolo più duro da superare per ogni organizzazione. Un mondo appiattito sull'oggi non ha futuro. La cicala e la formica....

2) L'altro cambio di paradigma è: quanto posso risparmiare? Non si parte da quanto mi costa (approccio negativo), ma da quanto posso risparmiare (approccio positivo).
Quanto posso risparmiare sulla base dello stato attuale delle tecnologie. Niente di futuristico.

3) Terzo cambio di paradigma: fare leva sulla moltitudine, cioè pensare all'intera città e non limitarsi al ristretto ambito di competenza organizzativa su cui può intervenire direttamente il comune (che significherebbe incidere solo su poco più del 2% dei consumi totali del territorio).

Tre le linee di risparmio.

Edifici: riduzione di due terzi dei consumi degli edifici.
Come: portando tutti gli edifici in casa clima B (5mc/mq anno). Oggi la media è (25 mc/mq anno).
Quanto: 42 milioni di euro/anno di spesa per il gas. Per vent'anni.

Mobilità: riduzione del traffico dei veicoli privati a favore di altri mezzi. Oggi solo il 30% usa il mezzo pubblico. Si può aumentare.
Come: liberare le strade dal traffico privato per rendere fluido quello pubblico e ciclabile. Parcheggi sotterranei. Ogni posto auto che si fa sotto terra, si toglie un posto auto in superficie. La macchina deve distare dall'abitazione almeno quanto la più vicina fermata del trasporto pubblico.
Quanto: 61 milioni di euro l'anno. Per vent'anni.

Elettricità (e energia in genere): aumento della produzione di energia rinnovabile
Come: fotovoltaico su tutti i tetti + impianti idroelettrici ad acqua fluente + inceneritore (c'è già, usiamolo) per teleriscaldamento
Quanto: 57 milioni di euro l'anno. Per vent'anni.

Totale: 160 milioni di euro per vent'anni fanno 3,2 miliardi di euro disponibili.
Un bel gruzzoletto pari al 4% del PIL di Bolzano (il più alto d'Italia procapite).

N.B. costi calcolati al prezzo attuale dell'energia. (Se) benzina, gas, elettricità aumentano di prezzo.... 

Oggi questo gruzzoletto ogni anno va in fumo (CO2) sul territorio e quasi tutto in tasca a filiere industriali esterne al territorio del Comune. Se invece viene dirottato su filiere produttive locali otterrei un duplice effetto: meno CO2, più occupazione e quindi più reddito disponibile per le famiglie del territorio.

Definita la strategia, poi bisogna passare all'azione.
Come convincere un proprietario a fare quello che deve fare? Dobbiamo inventare forme (contrattuali, di nuovi servizi...) per qui le azioni non costino. Audit energetici tipo, affitti che comprendono la quota energetica attuale, aziende che offrono servizi energetici, ipoteche non solo sui beni ma anche sui contratti, non più forniture di energia....
Numeri: un intervento di risanamento energetico degli edifici di un intero quartiere costa da 120Mln€ (solo involucro). Risparmio annuo 5.6 M€ ai costi attuali dell'energia. Da sola non sta in piedi, il breack even è oltre i vent'anni. Ma se a questo aggiungiamo interventi di efficientamento degli impianti (+80Mln€) (che hanno un breack even di circa 7 anni) allora le cose stanno in piedi anche dal punto di vista economico nel periodo di tempo considerato. Certo, valutando l'operazione solo sul piano economico a breve potremmo fare solo gli impianti, ma se l'obiettivo non è solo sul piano economico a breve si possono studiare forme sostenibili per la realizzazione di interventi integrati..... Oppure, mettendo in campo gli sgravi fiscali come il 55% (finora mai considerati).

C'è molto da fare per passare all'azione, ma se le aziende per far nascere nuovi prodotti devono investire in ricerca e sviluppo, così bisognerà lavorare per fare ricerca nel campo delle convenzioni sociali attuali per modificarle. Un conto è dire: troppo difficile non mi ci metto. Un conto è dire: voglio farlo, mi conviene farlo, vediamo come si può fare. Anche perché quali alternative abbiamo?

Insegnamenti e qualche considerazione in più sui numeri:
1) Farsi i conti in casa è un metodo razionale. Perché non usarlo a tappeto su tutti i comuni?
2) Visto che il costo dell'energia è praticamente uguale in tutta italia mentre il PIL procapite no, il 4% di Bolzano diventa l'8% (circa) in Campania, in Emilia sarebbe circa il 5%....
3) i dati sul PIL sono vecchi (2008), cioè pre-crisi. Mentre il costo dell'energia è in continuo aumento.

Niente di nuovo quindi: è quello che dicono tutti a scala globale, è quello che sta cercando di fare l'europa, ma vedere i numeri serve a capire meglio che vale la pena impegnarsi.

giovedì 24 febbraio 2011

Anche l'ONU fai conti e dimostra che il rispetto per l'ambiente conviene anche all'economia

Il programma per l'ambiente dell'ONU (Unep), nell'ambito dell'azione sulla green economy ha pubblicato il rapporto: verso la green economy - linee guida per lo sviluppo sostenibile e l'eliminazione della povertà.

Il rapporto completo è corredato da schede sintetiche:
sintesi per i decisori delle politiche
sommario delle conclusioni

Le info sono tante, da approfondire. Qui una sintesi dal web.

La più significativa è questa: investendo all'anno il 2% di risorse del PIL mondiale, equamente distribuite in produzione da fonti rinnovabili e risparmio energetico, si ottiene maggiore occupazione rispetto ad uno scenario di non intervento e una riduzione dell'impronta ecologica del 50%.




Quindi cambiare si può. Conviene sul piano economico e conviene a molte persone.
Ma spostare l'occupazione da un settore ad un altro significa, nei fatti, modificare rapporti di forza e interessi oggi in mano a persone che, in modo conscio o inconscio, fanno resistenza ad un cambiamento simile.
La loro resistenza è inversamente proporzionale al livello di informazione e consapevolezza di informazioni come queste.

P.S. se non sbaglio il nucleare non viene citato....

martedì 22 febbraio 2011

100% rinnovabili: si può fare? Secondo il wwf sì, basta avere chiara la "vision"

L'Energy report commissionato dal WWF a un advisor autorevole sostiene che è raggiungibile l'obiettivo di produrre il 100% di energia da fonti rinnovabili entro il 2050.

Sintesi in Italiano e full report in english.


Lo scenario è che nel 2050 si consumerà il 15% in meno di energia rispetto ad oggi, garantendo comunque la distribuzione di energia a chi oggi non ne ha. Da questo si capisce la necessità di una forte concentrazione su risparmio e efficientamento energetico. Detto in altri termini è l'ennesima conferma che: la maggior fonte di energia rinnovabile è quella non consumata.

Non solo energia ma: cibo, rifiuti, equità.... come aree di intervento strategiche.


Il rapporto è interessante in quanto fornisce una completa visione di cosa fare nel lungo periodo e di cosa è invece tatticamente necessario fare. E riuscire a discriminare tra strategia e tattica consente di capire dove orientare investimenti e attenzione.

Orientare le politiche energetiche attorno a questa visione è chiedere troppo al politico che deve "incassare" il consenso a breve, ma l'azienda ha anche obiettivi strategici di lungo periodo: costruire piani industriali coerenti con questa visione vuol dire garantirsi un futuro e quindi la possibilità di incidere con forza sulla formazione delle politiche energetiche. Non aspettare che si definiscano le scelte politiche, ma attuare azioni perché le scelte politiche diventino ineludibili.

Ma se nessuno parte in maniera decisa siamo in balia dell'interesse immediato del politico di turno, qualsiasi esso sia. Se invece si parte si fa opinione e si bilanciano gli interessi attualmente prevalenti.

Non si può cambiare finché non si dimostra che c'è qualcosa di alternativo.

mercoledì 16 febbraio 2011

Fotovoltaico e incentivi: se tutti gridano che costano troppo allora vuol dire che stanno funzionando!

So che l'affermazione del titolo di questo post è banale, ma se Confindustria (qui), un parte della stampa e il forum sul nucleare si scagliano contro gli incentivi a me un dubbio viene..

Ecco alcuni dati e riflessioni, sicuramente di parte, ma per ristabilire l'equilibrio, bisogna leggerle:
le bugie del GSE
le bugie del Corsera
Oggi la reazione decisa di Assosolare (a fianco di Lega Ambiente e del senatore Ferrante - PD)
Solo un numero: gli incentivi sulle rinnovabili spesi nel mondo sono 50 Mld/anno. Quelli all'industria del carbonio sono 500 Mld/anno....

Sul piano della forza mediatica delle posizioni non c'è alcun dubbio, vista la visibilità dei portavoce contro gli incentivi: ormai il fotovoltaico viene visto come depredatore di risorse pubbliche a favore di produttori cinesi. A chi non può approfondire rimane solo il dubbio fornito da due semplici considerazioni:
1) ma facendomi i conti io ci guadagno a mettere su un impianto fotovoltaico...
2) con il nucleare si creano più o meno posti di lavoro che con le rinnovabili? E quelli che già lavorano con le rinnovabili? (chi non ha un parente o un amico che lavora con le rinnovabili?)

Che fare? La mia opinione è che l'industria delle rinnovabili dovrebbe ridefinire meglio e con più decisione il proprio perimetro di business e quindi riuscire ad avere maggiore forza e visibilità, anche con atti estremi: uscire da confindustria? Dall'altra i singoli (la motlitudine) farsi i conti e chi può (disponibilità di tempo e informazioni per pensarci) proseguire con le installazioni. Saranno poco efficaci, costano alla collettività, ma sempre meno che bruciare carbone...

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Aggiornamento del 12 aprile 2011
Dopo due mesi scarsi qualcosa sta già succedendo...

venerdì 11 febbraio 2011

Problems cannot be solved by the same mentality that created them! (A. Einstein)

Più che una citazione un principio su cui basare rigorosamente azioni conseguenti in ogni campo.
La capacità di cambiare sta nel riuscire a fare un passo indietro sul piano cognitivo per poi ripartire.
E vale per tutti. Proprio tutti.

mercoledì 9 febbraio 2011

La posizione di Confindustria sull'energia: ma quanto può durare?

Oggi il presidente pro-tempore di confindustria ha lanciato la richiesta di ridurre gli incentivi per il fotovoltaioco e di ripartire con il nucleare. Questo il titolo giornalistico, in realtà il discorso che ha fatto è più complesso.

Ma estremizzare serve a capire. Investire sull'energia distribuita significa investire su tecnologie verdi "domestiche" che possono essere vendute alla moltitudine. Sul piano economico la cosa potrebbe avere soddisfazioni anche maggiori. Ma allora perché Confindustria si schiera sul nucleare sempre di più?

Sicuramente c'è un problema di maturità delle tecnologie, e nel momento in cui un governo ti apre la porta del nucleare, allora vale la pena usare una porta aperta, piuttosto che faticare per aprirne una che è ancora socchiusa. Ma c'è anche, per ora latente, un conflitto di interessi all'interno di confindustria. Se avessimo un gran numero di aziende che hanno fatto investimenti nella microgenerazione e nel risparmio energetico probabilmente il presidente pro-tempore non si sarebbe schierato così nettamente, ma avrebbe spinto per avere nuovi e diversi incentivi mirati alla microgenerazione. Se l'azienda del presidente pro-tempore di Confindustria producesse moduli fotovoltaici, inverter, pale eoliche, o celle a combustibile avrebbe detto la stessa cosa? Perché, per esempio, l'immissione in rete di metano da Biogas non viene spinta come un fattore abilitante, come già avviene in altri paesi? (Svizzera, Germania, Austria...per citarne solo alcuni. Qui un rapporto di legambiente del 2009)

Allora uno spunto: tutte le aziende che puntano su queste tecnologie si sentono rappresentate dal loro presidente? Siamo in una fase di grandi cambiamenti. Fiat, per raggiungere i suoi obiettivi, è uscita da confindustria in quanto l'organizzazione non era in grado di favorirne il raggiungimento, anzi era un ostacolo. Le aziende che puntano alla microgenerazione domestica e al risparmio energetico NON possono che avere strategie divergenti da quelle delle grandi aziende che realizzano tecnologie per grandi centrali e men che meno con i produttori di energia. Quando si tratta di chiedere qualcosa al governo, chi rappresenta chi e chiede che cosa?

A problemi complessi risposte complesse. Mi sa che le rappresentanze unitarie degli imprenditori siano risposte semplici a problemi vecchi. Finora sono state in piedi perché per molti anni i problemi sono sempre stati simili, ma da oggi in poi mi sa che sia necessario prevedere nuovi modelli di rappresentanza anche per gli imprenditori.... Su questa piccola frizione che si sta creando bisognerebbe lavorare di più in termini di lobbying perché diventi una crepa evidente e poi una frattura conclamata. E probabilmente le nuove forme di aggregazione accomuneranno grandi industrie e PMI attorno a ambiti che hanno in comune strategie di lungo periodo e non più suddivisi per dimensione dell'impresa o per tipologia produttiva....

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Aggiornamento del 12 aprile
ecco qua i primi segnali, via via sempre più espliciti

venerdì 4 febbraio 2011

Un riconoscimento e uno stimolo a proseguire

L'Umbria riconosce i GAS e sostiene la filiera corta con una legge.

Considerazioni flash:
Prima: è l'ennesima prova che se si parte dal basso si genera qualcosa di cui prima o poi bisogna tenere conto.
Seconda: legiferando si apre il solito rischio italiano di frodi o riverniciature formali a business tradizionali
Terza: è solo una prima azione legislativa, si può migliorare e si migliorerà!
Quarta: non bisogna mollare

Non so cosa succede all'estero....

sabato 22 gennaio 2011

il cambiamento è solo nella testa delle persone

Cambiare non significa solo sostituire, ma anche trasformare, e quindi si porta dietro il concetto di gradualità. E lo si fa se ho chiara la direzione, cioè se nella mia testa sta avvenendo il cambiamento.

Qui c'è un esempio che riguarda una discarica: un vecchio modo di gestire i rifiuti, che però finché ci sono i rifiuti è uno dei tanti modi necessari. Allora anziché combatterlo, come tutte le arti marziali insegnano, usiamolo a nostro favore. Per generare benessere in una comunità e mitigandone gli effetti negativi.

E' chiaro che non è un modello sostenibile nel lungo periodo, ma resilienza significa anche optare oggi per scelte che domani non potranno più funzionare. Basta però esserne coscienti che il cambiamento è continuo e per domani bisogna impostare scelte differenti.

perchè tocca a noi fare qualcosa...

Un problema complesso che ha una scala temporale di decenni, se non secoli, non può essere gestito da chi ha un orizzonte temporale che coincide con il suo mandato politico. Ci può pensare solo chi ha visioni più lunghe: cioè chi pensa ai propri figli, ai propri nipoti... Quindi tocca a ognuno di noi fare qualcosa.

Ce lo spiega con molta chiarezza Valentina Bosetti, ricercatrice alla Fondazione ENI Enrico Mattei e coordinatrice del progetto ICARUS, finanziato da ERC (il CNR di livello Europeo)  durante il suo talk al TEDx 2010 di Como.



P.S. del 18 marzo. La dimostrazione dell'incapacità sostanziale dell'attuale forma di rappresentanza politica di perseguire politiche di lungo periodo. Supponiamo per assurdo (come si fa in matematica) che l'opzione nucleare in Italia sia realmente l'unica possibilità di uscire dal guano in cui è il paese. Sostenuta per mesi, ribadita dopo lo shock japponese di fukushima, ecco che sorgono i dubbi. Ma non sul merito, ma sul consenso: se continuiamo sul nucleare perdiamo le amministrative.... Che pro-tempore al governo ci fossero Prestigiacomo e Romani è solo un dettaglio operativo: ci fossero stati altri sensibili agli interessi delle industrie nucleariste nulla sarebbe cambiato.  Quindi il tema non è fare quello che è giusto fare per dare un futuro alle persone, ma per dare un futuro alla propria rappresentanza politica. Costi quello che costi. Anzi, neanche ci penso ai costi....

martedì 14 dicembre 2010

Qualcuno che ci crede. E si vede...

Il Ministro per l'ambiente tedesco ha parlato l'8 dicembre al cop16 di Cancum. Una facciata e mezzo di discorso dove dice 3 cose, chiare e inequivocabili:

  1. in Germania la politica, l'industria e la società vedono le politiche sul cambiamento climatico come una opportunità e non più come una minaccia; l'economia tedesca uscirà dalla crisi più forte di prima perché abbiamo  investito e stiamo investendo in energia da fonti rinnovabili e in tecnologie ambientali 
  2. il nostro piano strategico dice: entro il 2020 ridurre del 40% le emissioni, per arrivare tra l'80 e il 95% nel 2050 (il calo è rispetto ai livelli del 1990). In questo modo contiamo nel 2020 di avere +500mila nuovi posti di lavoro e di risparmiare 20 mld€ in importazione di energia
  3. abbiamo stanziato 1,26 mld€ per il 2010-2012 e abbiamo deciso che il 100% dei ricavi ottenuti dalla vendita dei certificati di emissione nel 2013 li re-investiamo nello sviluppo di politiche climatiche internazionali

Il ministro per l'ambiente tedesco è della CDU, ha 45 anni, ed è uno dei consiglieri della Merkel. La disoccupazione tedesca cala incessantemente da anni. Gran parte del fatturato delle aziende tedesche legato alle rinnovabili viene dalle esportazioni (lo dice il ministro dell'economia tedesco).

Più che "si può fare" ormai bisogna dire "fatto, basta volerlo".

mercoledì 24 novembre 2010

Sull'acqua

Da un lato la mediatica campagna della coop, dall'altra la situazione critica dell'acqua potabile in molti comuni italiani, che ha portato la commissione europea a dare uno stop, anche se parziale, alle deroghe sui limiti alla concentrazione di veleni nelle acque potabili.
Una lettura superficiale, o strumentale, delle due posizioni produrrà ancora più caos sull'argomento.
Ma non è più tempo di letture superficiali. Vanno letti i documenti, capite le ragioni e analizzate le situazioni. Non è più tempo di generalizzazioni.
Alcune domande:

  • nelle acque minerali questi valori sono controllati? 
  • nelle acque minerali i limiti sono gli stessi dell'acqua potabile?
  • chi è il gestore del servizio idrico nelle zone in esame?

Per approfondire: Arsenico (e Uranio) e acque minerali

La commissione europea, nel dare lo stop alle deroghe, pretende (giustamente) che i sindaci informino "gli utenti sulle modalità per ridurre i rischi legati all'acqua potabile per la quale è stata concessa la deroga, e in particolare informa gli utenti sui rischi legati al consumo dell'acqua oggetto di deroga da parte di neonati e di bambini fino all'età di 3 anni." (Art. 2 della decisione della commissione).
Ve lo immaginate un sindaco che dice non bevete la mia acqua e la coop che dice non comprate la mia acqua?  Chi ci capisce più qualcosa?

Senza entrare nel merito (sarebbe troppo lungo) una considerazione generale: la ricerca continuerà a innalzare l'asticella sulle concentrazioni dei composti che oggi si riescono a misurare e su quelli che ancora non si misurano. Quindi o ci si mette in testa che l'obiettivo non è erogare acqua come sempre si è fatto ma è perseguire il costante miglioramento del servizio idrico, oppure non se ne esce. Questo vale sia che il gestore sia pubblico che privato. Ovvero governance pubblica del cambiamento continuo per innalzare il benessere, non erogazione del servizio al minor costo.

Il privato di per sé non è cattivo, ma ragiona solo in termini di profitto. Se gli si dice: eroga il servizio al minor costo (o garantendo il maggior canone possibile di concessione) quello si organizza per farlo al meglio. Se invece gli si dice: eroga il servizio secondo parametri qualitativi che ogni anno possono variare, comincia a ragionare diversamente. Ancora una volta: la sola dimensione economica non serve più a nessuno e a niente. Ma anche il pubblico ormai ragiona solo secondo questa dimensione. Siamo diventati una società a una dimensione: quella del denaro oggi e subito. Non ci sono altri orizzonti.

martedì 26 ottobre 2010

Trasporto sostenibile vuol dire far risparmiare la collettività

In questo interessante articolo si dimostra come sul piano economico sia molto più costoso il trasporto con l'automobile di proprietà che non quello con altri mezzi (pubblici, bici, camminare). Il costo è calcolato in termini globali: ai costi che il singolo sostiene per l'automobile sono aggiunti quelli che la fiscalità sostiene per far circolare quel veicolo. Al netto quindi dei costi ambientali.

La ricerca dice che per ogni $ speso dall'automobilista corrisponde un altro $ speso dalla fiscalità. Con altri mezzi il rapporto cala drasticamente. E l'analisi viene fatta anche utilizzando come parametro lo spazio (mq) occupato al minuto per lo spostamento e il parcheggio (metodologia time/area concepita nel 1995). Ne viene fuori una tabella che dice che il costo time/area con mezzi pubblici è 70 volte inferiore a quello del mezzo privato. Come tutti gli indicatori considera solo alcuni aspetti della mobilità, ma a volte semplificare serve a capire il fenomeno.

Un'altra indicazione interessante è sostenere che questo approccio non è contro l'uso dell'auto privata più di quanto una dieta sana sia contro il cibo!

L'articolo dice molto di più, ed è ricco di link ad approfondimenti e esperienze. Segnalo ad esempio quella del Victoria Transport Institute, un istituto canadese di ricerca indipendente, che ha pubblicato una ricerca ricca di dati (d'oltreoceano ovviamente) e relativi corrispettivi economici.

Utilizzare queste metodologie mutuandole alla condizione italiana per dimostrare che proprio in un momento di restrizione delle risorse è necessario fare scelte economicamente giuste sarebbe molto interessante.

sabato 23 ottobre 2010

Meglio tanti piccoli interventi o le grandi infrastrutture?

8 miliardi di euro di interventi di riqualificazione energetica riconosciuti validi ai fini della detrazione del 55% sono stati certificati da ENEA tra il 2007 e il 2009. Hanno prodotto un risparmio nominale di quasi 4.500 GHW all'anno distribuiti su oltre 600 mila interventi. A questi vanno aggiunti gli oltre 60mila impianti fotovoltaici che il GSE ha censito all'inizio del 2010 (come sappiamo il contributo GSE è in alternativa alla detrazione fiscale del 55%) che producono ogni anno 800 MW nominali.

Domanda: quanto hanno investito le aziende che sull'energia fanno business? Non solo in soldi ma in occupazione (locale, cioè non delocalizzata)? Io non sono in grado di trovare i dati, ma a naso direi che c'è un ordine di grandezza in meno. Felice di essere smentito. Comunque chi ha i dati è in grado di dare la risposta alla domanda del titolo. In assenza il tanti e piccoli mi sembra la risposta giusta.

Intanto due considerazioni:

  1. la prima fonte di energia pulita è il risparmio (priorità al miglioramento di efficienza)
  2. puntare sui piccoli interventi è una strategia che comunque dà frutti significativi

Perché se ne parla così poco? Pensiamo all'informazione, alle pubblicità progresso: quanti minuti vengono dedicati a sostenere questi comportamenti che danno vantaggio a tutti rispetto ad altri argomenti? Non voglio fare una graduatoria di valori, ma almeno una scala di convenienza!

Discontinuità per il cambiamento

Durante l'incontro del 22 ottobre sul piano dell'energia 2011-2013 dell'emilia romagna (ne ho raccontato qui)  c'è stato un breve e interessante intervento del Centro Studi di Unioncamere dell'Emilia Romagna (purtroppo non ricordo il nome dell'ottimo relatore). Il concetto espresso mi sembra importante da condividere. Il concetto è legato al ciclo di vita dei prodotti, ma viene esteso. Unioncamere parla di una curva ad S sdraiata (Gartner Group nel suo Hype Cycle la fa partire prima, vista l'importanza nell'ICT delle fasi precedenti, e questo genera un appiattimento dell'ultima parte dovuto ad un effetto di scala, proprio l'ultima parte su cui invece è concentrato questo ragionamento). 

Il concetto è: un qualsiasi prodotti o servizio, se ha successo, dopo la fase di "fermento" segue una fase di veloce sviluppo, per poi attestarsi a una crescita asintotica (maturità), dove la crescita è piccola e procede a piccoli scatti a seguito di piccoli interventi di arricchimento del prodotto. Per tornare ad una fase di crescita veloce è necessaria una discontinuità che fa ripartire una S nuova. E la discontinuità può costare un gap negativo. Cioè la nuova S parte un pò più in basso del livello cui era arrivata la S precedente.


Pensate al mondo dei cellulari. Identificate la discontinuità con il paradigma dell'iPhone. La discontinuità c'è stata, qualcuno (es: Nokia) ha dovuto drasticamente cambiare direzione.

In queste slide il concetto viene spiegato meglio di quanto non abbia fatto io.

Lo schema a S, applicato a un indicatore che somma tanti prodotti o servizi (il relatore parlava di PIL regionale, ma io preferirei usare un indicatore più alto che chiamerei qualità della vita, o magari attrattività di un territorio) ci potrebbe aiutare a trarre 2 considerazioni a mio avviso fondamentali per il tema del cambiamento.
  • discontinuità significa non considerare più cose (oggetti fisici, abitudini, modelli mentali) che prima facevano parte della mia abitudine. Discontinuità in contrapposizione a graduale evoluzione. Per fare un cambio significativo è necessaria una discontinuità, per mantenere quello che già ho va bene la graduale evoluzione.
  • costo: il gap tra una S e un'altra è un costo che devo pagare per fare un cambio di derivata. Pago qualcosa all'inizio perché so che tra poco sarà meglio. Può essere un costo economico, un investimento in ricerca, di minore benessere, di modifica delle abitudini... ma se non lo faccio non modifico lo status quo, non vado oltre. Sostenere un costo significa-: 1) sapere di doverlo sostenere, 2) mettere da parte le risorse e poi 3) spenderle bene.
Ricercando senza successo il nome del relatore sul sito di unioncamere emilia romagna mi ha fatto scoprire che  l'ultimo numero di Econerre, periodico gratuito dell'organizzazione camerale regionale, che dedica molte pagine all'argomento green con alcuni esempi concreti di discontinuità e testimonianze della necessità di sostenerne i costi relativi. Perché non farlo significa non avere speranze.

Piano energetico Regionale - una nuova esperienza

2 mesi di tempo e una decina di incontri è lo spazio pubblico che la Regione Emilia Romagna si è data per la definizione del Piano per l'Energia 2011-2013. Il metodo partecipativo, ampiamente utilizzato nell'ambito della pianificazione urbanistica, ha un valore, se possibile, ancora maggiore in questo campo. Si tratta infatti di un terreno ancora troppo poco esplorato e dove è massimo il fermento tecnologico, quindi dove l'apporto di molti è l'unico modo per definire interventi sensati e utili.

Sono stato al primo incontro del 22 ottobre e ne ho tratto la positiva sensazione che il livello di consapevolezza culturale, scientifico, politico, imprenditoriale, professionale e sociale è maggiore di quello che pensassi. Ovviamente ci sono buchi di consapevolezza da colmare che producono affermazioni acritiche (es: "in Italia l'energia costa troppo... quindi ci vuole il nucleare"), che però classificherei come residuali, legate a preconcetti ideologici o volti a criticare scelte passate che, giuste o sbagliate che fossero, sono comunque state attuate. Conto che con il proseguimento del lavoro di consolidamento e condivisione del quadro informativo i "buchi di consapevolezza" dovrebbero scomparire da soli.

Per dare sostanza alla consapevolezza nei giorni scorsi sono stati pubblicizzati i numeri della green economy in regione emilia romagna. Per un raffronto aggiungo il recente (settembre) rapporto di confindustria che individua l'efficienza energetica come volano dello sviluppo.

In evidenzia gli aspetti per me più positivi:
  • il metodo partecipativo. Si potrà migliorare in futuro, ma solo averlo iniziato è un merito assoluto su cui d'ora in poi tutti possono capitalizzare. E' un valore sociale di per sé. E' un modello che altre amministrazioni dovrebbero copiare.
  • l'umiltà. I dati presentati e gli studi hanno tutti una premessa: è difficile avere dati certi. Le metodologie non sono ancora consolidate, così come non sono ancora definiti i criteri con cui classificare la green economy da quella non green. Aster ci ha provato (sotto una mia sintesi in attesa della disponibilità dello studio in rete) e anche su questo servono contributi.
  • la volontà. Le parole dette dall'assessore regionale Muzzarelli (che ha una delega esplicita alla green economy congiunta a quella sulle attività produttive) sono state sufficientemente chiare sull'inevitabilità del processo di conversione alla green economy. E in questo momento anche le parole sono molto importanti per far cambiare marcia al processo.
  • la casa dell'energia. Pensata riciclando spazi e materiali divulgativi già disponibili, non un ambiente costruito ad hoc, è la sede degli incontri istituzionali. Lo spazio viene ora richiesto da altri enti e aziende per raccontare, esporre e condividere esperienze, idee, azioni, prodotti. Anche questa mi sembra un'idea replicabile sul territorio: costa meno di uno "sportello energia" e abilita la società (aziende, associazioni, movimenti) a essere attivi (è "virale").
Fin qui i plausi al metodo e gli interessanti spunti che ne possono derivare per contagiare altri soggetti e territori.

Alcune critiche:
  • la comunicazione di idee e spunti verso l'istituzione che deve redigere il piano energetico si può fare con: interventi durante gli incontri, incontri da richiedere (e ottenere), invio di mail a un indirizzo. Si potrebbe fare di più per consentire a rendere più efficiente e trasparente il canale di comunicazione e quindi aumentarne i risultati. Basterebbe pubblicare i contributi, o attivare un blog molto semplice: ogni incontro un post e poi lasciare spazio ai commenti. Ripeto: è già un buon inizio questo, ma spunti per migliorare credo servano a tutti
  • i contenuti del piano energetico non sono stati illustrati in modo sistematico, non è stato distribuito (o reso accessibile) materiale sulla struttura del piano attuativo dell'energia 2011-2013. Tutti gli addetti ai lavori probabilmente sanno già tutto, ma se si vuole ottenere il massimo dal metodo che ci si è dati vale la pena garantirsi che tutti, ma proprio tutti quelli che vogliono, possano avere le informazioni necessarie. Immagino che la legge che prevede il piano ne definisca struttura e contenuti e per chi ci lavora da anni sia tempo perso raccontare le cose dall'inizio ma.... come la mettiamo con la nonna di Einstein? 
Nei prossimi giorni vorrei produrre un piccolo contributo di merito per arricchire il piano energetico regionale. Da sottoporre alla discussione in atto tramite l'unico canale ufficiale disponibile, cioè mail a: sportelloenergia AT regione.emilia-romagna.it.

giovedì 21 ottobre 2010

La riscossa del "settore primario"?

Il governo irlandese punta all'agricoltura e quello islandese alla pesca per pagarsi i debiti.
Le banche più grosse dei due paesi hanno visto crollare il valore delle loro azioni, quelle del più grosso gruppo alimentare irlandese sono invece aumentate del 50%.

Questo il commento di Loretta Napoleoni (ovviamente su un giornale svizzero!)

A questo aggiungiamo le tante notizie (qui una sintesi sicuramente parziale) di acquisti di milioni di ettari di territorio di stati poveri da parte di stati ricchi. 


Forse è ancora presto, ma grandi opere e nuove case cominciano ad avere un sapore diverso anche sul piano economico?